INCONTRI

 

Roberto Cerati: un protagonista racconta
Milano, 12 maggio 2004

Editoria di cultura ieri e oggi, è il titolo che ha accompagnato la lezione aperta tenuta da Roberto Cerati, presidente della casa editrice Einaudi, che ha avuto luogo nella nostra università all’interno del corso di Editoria. L’intervento è stato articolato in tre punti che rispecchiano l’iter di un’opera all’interno di qualsiasi casa editrice: come scegliere, come fare e come vendere un libro. Si è discusso dei cambiamenti di queste tre fasi dell’editoria letteraria nel nostro secolo, partendo dall’esperienza della casa editrice torinese di cui Cerati è stato testimone fin quasi dagli esordi. In particolare l’attuale presidente si è soffermato sul primo punto del suo intervento, ovvero sul come scegliere un libro da pubblicare, che ha dato modo di ascoltare dalla viva voce di uno dei protagonisti il racconto dei ritiri estivi a Rhêmes-Notre Dame, degli incontri (anche scontri) proficui tra i vari autori, del modo in cui un libro veniva pensato attraverso un lavoro collegiale nel quale non esistevano giudizi individuali ma più giudizi dialoganti tra loro.
Cuore del modo einaudiano di pensare i libri erano le famose riunioni del mercoledì, istituzionalizzate dopo il 1945, alla fine della guerra. In quel giorno, attorno al tavolo ovale (di questa forma perché non doveva esserci nessun centro), venivano presentati libri, assegnate letture (sempre incrociate: un libro di storia poteva essere letto da un lettore di narrativa; o un libro di filosofia poteva essere assegnato a uno storico) e creato un dibattito in cui ognuno esprimesse la propria opinione. Ricordava Norberto Bobbio:

Durante le riunioni lui [Einaudi] ascoltava col suo tipico sogghigno. Ha sempre avuto un po’ il gusto del provocatore, di chi mette la pulce nell’orecchio. Faceva un sorriso leggermente perfido e diceva con la sua voce nasale: «Sei proprio sicuro? Mah, io non sarei così sicuro…» Raramente sbagliava. Si discuteva tutto e di tutto, per ore. Quando finivano le riunioni del mercoledì si andava a pranzo insieme, con Pavese, Calvino, Franco Venturi, Cesare Cases, Massimo Mila e altri, in campagna, alla trattoria di Simone.

Dopo la riunione, ogni titolo doveva essere accettato da tutto il consiglio dei collaboratori. Decisa l’opera da pubblicare, si passava alla seconda fase, corrispondente al secondo punto dell’intervento di Cerati, ovvero come realizzare un libro. Qui rientra la forma esterna, l’aspetto grafico del volume, il momento della «vestizione di un corpo che doveva essere "bello dentro"». La veste grafica era decisa sempre attorno al tavolo ovale, questa volta però pieno di fogli, righelli e illustrazioni, con il conforto dei grafici e dei designer come Oreste Molina e Bruno Munari. Così nascevano le copertine delle collane più famose della casa editrice torinese di via Biancamano attraverso il confronto di varie idee e il dialogo tra autori, direttori di collana e grafici. Ad esempio, ha ricordato Cerati, la copertina della famosa collana diretta da Calvino, "Centopagine", nacque dall’idea del grafico di utilizzare un catalogo di passamanerie che qualcuno corse immediatamente a procurare, mentre alla copertina della collana "Collezione di Poesia" mancava qualcosa, non bastava solo riportare una citazione del testo sul bianco Einaudi… così Munari seraficamente e con occhio critico trovò la soluzione, e preso un righello tracciò una linea che separava il titolo e lo struzzo dalla citazione: il problema era risolto. Fino a quel momento si parlava soltanto di libri, dei loro contenuti, ancora senza considerare alcun elemento di tipo commerciale. Giulio Bollati, che entrò all’Einaudi nel 1949, in tempo per conoscere Cesare Pavese, ricorda le riunioni del mercoledì come un momento intellettuale altissimo, in cui si discuteva su come comunicare il sapere per costruire un mondo giovane, in cui tutti si proponevano di essere dentro la vita, nella nascita politica, morale e intellettuale di un paese moderno. Ne disse Einaudi: «Credo sia l’unico esempio in Europa di democrazia interna nella scelta dei titoli, cioè nelle decisioni produttive». Tuttavia bisogna rilevare che non si trattava di una democrazia assoluta, ha detto, infatti, Cerati: «Non esiste una democrazia pluralistica, la democrazia è ascoltare tutti e poi decidere in pochi».
La valutazione commerciale, terzo punto dell’intervento di Cerati, era svolta in un momento successivo da parte di un gruppo molto più ristretto nel quale tutto ciò che era stato deciso veniva vagliato e giudicato. Questa doppia decisione, tramite due momenti distinti e successivi, era fondamentale per la casa editrice: nella prima fase, più intellettuale, si discutevano qualità e contenuto; nel secondo momento la realtà organizzativa, tecnica e amministrativa dell’azienda verificava come tradurre quel libro in un prodotto culturale da far circolare nel mercato.
Attraverso questo excursus Cerati ci ha regalato una fetta di storia dell’editoria, una pagina felice raccontata con un po’ di malinconia per i tempi andati, una velata polemica sia verso l’editoria manageriale, fatta di riunioni settoriali e di collaborazioni esterne, sia verso gli agenti letterari (definiti una "sventura"), condita da un carattere schivo e burbero che rientra nel perfetto stile Einaudi.

Velania La Mendola

A cura di LEGE!
  Laboratorio di Editoria Giovani Editori
Facoltà di Lettere e Filosofia Università Cattolica Milano
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